Nell’Uva piccola ci sarà il vino buono? Microvine e cambio climatico

Microvine (Grappolo in maturazione foto presa da: https://www.letemps.ch/sciences/microvigne-une-vigne-modele-elaborer-vins-futur )

È difficile iniziare a scrivere questo articolo senza cadere in noiose spiegazioni scientifiche (che peraltro non mi competono assolutamente n.d.r.) tuttavia l’argomento “Microvine” sul quale da un po’ di tempo mi sto documentando, non può non entrare di diritto in uno degli articoli del mio blog incentrato prevalentemente alla sostenibilità e alla libertà di pensiero de espressione riguardo al vino.

È così che inizio questo articolo nella speranza di lasciarvi qualche nozione su questo tipo di vigna e sul perchè, a mio avviso, siano di fondamentale importanza in un momento come questo in cui il cambio climatico col suo riscaldamento globale, ha già fatto aumentare la gradazione di alcuni vini di un grado o più.

Vedete per esempio il Lambrusco di Sorbara che, nel 2018, in alcune zone ha raggiunto i 12%Vol..

Inaudito vero? Ebbene sì, l’argomento noioso del cambio climatico, sta iniziando a farsi sentire per davvero con ripercussioni non solo sul produttore che magari, anticipa la vendemmia ma anche sul consumatore il quale, incontra un prodotto con caratteristiche differenti.

In Australia, Francia e Svizzera, è già dall’inizio del 2000 (2002 in Australia n.d.r.) che la varietà Pinot Meunier è coltivata a livello di studio in “Microvine”. Andiamo con ordine, la Pinot Meunier o semplicemente Meunier, non è altro che una mutazione genetica del Pinot Nero, ha quindi caratteristiche della famiglia dei Pinot, come anche il Pinot Grigio; mutazione che rende questo vitigno più produttivo e resistente degli altri membri della famiglia Pinot. Nonché base di partenza per i grandissimi Champagne francesi.

Si è scoperta una nuova mutazione di questa uva, mutazione molto evidente soprattutto dal punto di vista estetico poiché si notò che dopo alcuni incroci la Meunier nasceva con foglie bianche. Gli studiosi, hanno quindi voluto identificare e conoscere di più su questa strana mutazione, scoprendo che oltre al colore bianco delle foglie, anche gli ormoni della crescita erano stati intaccati, producendo piantine di Meunier che è possibile tenere in vaso con un’altezza massima di 1,2mt. e soprattutto, precoce maturazione e ciclo produttivo. Questa varietà così piccola e particolare è stata quindi chiamata “Microvine” e la cosa veramente interessante è che per queste caratteristiche di dimensioni e rapidità di sviluppo, è stata subito oggetto di prove e studio da parte di vari enti.

Una splendida foto da una bellissima ricerca condotta in UK al sito: https://www.intechopen.com/books/advances-in-grape-and-wine-biotechnology/the-microvine-a-versatile-plant-model-to-boost-grapevine-studies-in-physiology-and-genetics

La prova a mio avviso più interessante è senza dubbio quella della resistenza ai fattori climatici, infatti, oltre alle prove su aroma, gusto e caratteristiche del frutto si è pensato bene di utilizzarla per indurre cambi di temperatura massivi e test di shock termici, mettendo ovviamente in relazione le caratteristiche dell’uva con questi cambi. La possibilità di tenere tante piante in pochi metri quadrati, fa sì che l’ambiente in cui viene sperimentata possa essere estremamente controllato (come serre etc. n.d.r.) e quindi, vedere e verificare i vari adattamenti della “Microvine” al clima.

Si sono quindi condotti studi sulla genetica e sulla adattabilità di queste viti nane inducendo shock termici e cambi di temperatura che si è notato influiscono in modo significativo su geni, zuccheri, acido malico e indubbiamente tempi di maturazione. Marcus Reinth è uno dei primi a condurre questo tipo di esperimenti e da alcuni suoi articoli si può leggere quanto segue:

“Studiando gli effetti del clima sulla qualità dei frutti (valutati in particolare dal loro contenuto aromatico o dall’equilibrio tra zuccheri e acidi n.d.r.), si identificano nuove varietà di viti adattate al riscaldamento globale, ad esempio meno dolci, alcoliche e quindi migliore qualità rispetto alle varietà attuali. Da un punto di vista dietetico e in termini di salute, i consumatori non vogliono più acquistare vini con contenuto alcolico superiore al 14%”, con viti adattate, è possibile produrre vini con solo l’11% di alcol, anche in un clima caldo ”.

Secondo Reinth ed altri che hanno condotto la ricerca, i nuovi vitigni adattati ai cambiamenti climatici sono già presenti ma “Tuttavia, non saranno utilizzati ancora per dieci o quindici anni nei vigneti poiché le normative in materia di sanità pubblica ostacolano enormemente l’introduzione di nuove varietà ”

Ricorda inoltre che la Microvine non è un OGM, in effetti, la mutazione che ha è naturale e un semplice incrocio con viti non mutate è sufficiente per creare nuovi vitigni. Per creare un OGM, viene selezionato un gene esterno prima di essere inserito artificialmente nel DNA di un altro organismo.

Sono sempre molto interessato a queste prove e studi che vengono effettuati in un campo che non sempre si limita allo scaffale dell’enoteca o alle percentuali di vendita nelle GDO. Sono sicuro che prima o poi sentiremo molto parlare anche in Italia di questo tipo di uve così particolari e senza dubbio, utili a capire che strada prendere o meglio, che varietà prendere.

Nasceranno davvero nel mercato nuove varietà di uve resistenti al cambio climatico? Sarà possibile mantenere quella verità e legame col territorio in queste uve modificate ed incrociate?

Vi rimando anche al mio articolo sui vini PIWI, ovvero, le varietà resistenti ibride con cui si elabora già vino. Per il resto…staremo a vedere e se potremo, ad assaggiare indubbiamente.

A presto!

Francesco

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