Fuori dalle DOCG? Spesso c’è il vino vero

Mi sono chiesto spesso, soprattutto quando stavo per avvicinarmi al vino, quale sia la vera funzione di DOC, DOCG e varie IGT nonché organi di tutela dei nostri marchi e dei nostri territori. Iniziai così a documentarmi fino ad arrivare ad oggi, qualche anno dopo, con un bagaglio abbastanza ricco di idee personali, indipendenti e che ho riscontrato moltissime volte dai produttori che ho avuto il piacere di visitare e che, a loro volta, hanno plasmato il mio modo di pensare e di assaggiare.

Tutti oggi, almeno credo, sappiamo con esattezza cosa siano le Denominazioni di origine e la funzione dei vari organi di tutela e sono sicuro che pochi oggigiorno, scelgono le loro bottiglie in base al fatto che abbiano o meno la fascetta DOC o DOCG o diciture varie in etichetta. Almeno lo spero, se leggete il mio blog…

Credo che oggi, dopo anni di consorzi di tutela, denominazioni di origine e varie nomenclature utilizzate per identificare vini e territori, le cose stiano drasticamente cambiando, in Italia come in Europa.

La prima comparsa delle DOC fu nel 1966, anni in cui il vino cominciava ad essere visto non più come alimento nudo e crudo, che non poteva mancare sulle tavole ma come un prodotto destinato al di fuori delle campagne, quindi con un gusto più delicato e suadente per abbracciare anche altri abbinamenti oltre alla rusticità della dieta contadina di una volta.

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Nascono le DOC come zone limitate in cui è consentito produrre e regolano per la prima volta, oltre appunto alle zone, anche i metodi di produzione, gli eventuali affinamenti e la durata di questi per alcuni vini (vedi Amarone per esempio n.d.r.), la quantità di uva prodotta e resa per ettaro. Arriva il disciplinare, rigoroso e severo a cambiare e proteggere i filari contadini. Già prima delle DOC, parliamo di fine ‘800, si erano fatte richieste di leggi che legassero un nome ad un territorio, tra questi ad esempio il nome Barolo o il Montepulciano. Già si era vista l’efficacia e la necessità di legare un vitigno ed un prodotto ad un territorio per tutelare e comunicare qualcosa di ben preciso.

Le DOC infatti, non sono sinonimo di qualità del vino ma soprattutto del legame di quel vino con quel determinato territorio. Passo importantissimo da far percepire non solo anni fa ma anche oggi, così facendo abbiamo (quasi…) impedito la produzione e commercializzazione di vini con nomenclature italiane falsi in tutto il mondo e non coltivati nelle zone di produzione.

Vino venduto e prodotto in Spagna da nota catena di supermercati con la nomenclatura LAMBRUSCO

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Nonostante tutto, le DOC italiane, hanno tante cose che non funzionano a dovere, prima tra tutti e quella che mi preme di più sottolineare, è che sotto la DOC non c’è nessuna classificazione ulteriore, in Borgogna ad esempio, le AOC (DOC francesi), regolano le produzioni e le quantità ma la vera differenza arriva dopo, sotto la AOC ci sono molte altre classificazioni, dal comune di produzione fino ad arrivare ad una piccolissima zona o addirittura ad una parcella precisa. In Italia, questa classificazione è presente in casi rarissimi e comunque non sono molto conosciute dal consumatore italiano. In Francia invece, si arriva a identificare in etichetta la vigna e le varie appellazioni come Premiere Crú, Grand Crú etc.

Sembrano lievi differenze ma invece, per il produttore, non è così e le differenze si sentono eccome poiché non è possibile ricondurre un vitigno ad una determinata parcella, vigna o zona storicamente vocata per quel vitigno; non è possibile indicare in etichetta un uvaggio non presente nelle DOC anche se fa parte della storia di quel territorio. Le differenze sono sostanziali, soprattutto se poi i consorzi di tutela, accorpano vitigni differenti per storia e provenienza sotto lo stesso nome di uva, non danno la possibilità al produttore di mantenere quella storicità e quel legame col territorio di quel particolare vitigno, non trovano interessanti e congrui alle linee guida di degustazione i vini ad esempio non filtrati o rifermentati in bottiglia, escludendo quindi una vastissima gamma di vini e vigneti nonché di produttori, dall’accesso alla tutela che può dare un consorzio o da una DOCG.

Molte volte, noto una poca voglia e fiducia verso le istituzioni che per anni hanno tutelato e controllato il mercato, questa sfiducia si riflette in un abbandono e uscita volontaria, sempre maggiore, delle cantine dalle DOC o dai consorzi.

Un impostazione vecchia e miope anzi, mi piacerebbe di più dire ‘bendata’, che non sembra aver voglia di cambiare e tutelare seriamente i propri vitigni e i propri produttori e nemmeno di stare al passo con i tempi e con le varie richieste del mercato. Per fortuna, il più delle volte è proprio il mercato a decidere qualità e bontà di un determinato prodotto, per fortuna, il consumatore è invece andato avanti e ci vede molto bene e vuole sapere, conoscere e condividere, tutelando forse di più che molti organi di tutela e leggi.

Ad ogni modo, questo succede non solo in Italia ma anche all’estero, in Spagna ad esempio, i consorzi vengono spesso definiti antichi e spesso e volentieri nascono meravigliose realtà che, come in Italia, non rientrano nei canoni della DOC e di quel determinato “Consejo regulador” (consorzio di tutela n.d.r.).

A questo punto, le riflessioni nascono da sole..Voi? Cosa ne pensate? È ancora possibile definire le DOC ed i consorzi come organo di tutela e valorizzazione di una identità?

Qui sotto, procedo con le mie migliori 10 etichette assaggiate (Italia ed Estero) che non rispondono ai requisiti delle DOC o dei consorzi di tutela delle varie zone e devo ammettere che la lista sarebbe tanto lunga, molto più lunga dei vini con DOC e diciture varie. Molte volte, per trovare il vino buono, non solo si va alla ‘botte’ piccola ma anche fuori dalle DOC…a quanto pare…

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